Cari rifiuti..

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Sa quanti soldi ci vogliono per tenere pulita l’area Unesco di Firenze? Parliamo di 0,4kmq, una fettuccia di centro storico divenuto patrimonio dell’umanità.. 20milioni di euro l’anno!

E Firenze, per giunta, conta 381mila residenti (dati Ispra), anche se ormai registra milioni di presenze in città (un milione è il peso medio degli abitanti di punta tra city users e turisti). Quando si parla di rifiuti però, come sembra alludere la domanda retorica dell’amministratore di un’impresa di smaltimento rifiuti fiorentina, i numeri diventano molto relativi. Proprio perché sul concetto di rifiuti gravitano tanti e diversi altri aspetti: si tratta di rifiuti urbani? In che percentuale viene calcolato il tributo a carico delle famiglie, quando un comune calcola la tassa pro-capite sui rifiuti? Quanto costa ad un comune recupero, smaltimento e trattamento dei rifiuti? Si può misurare l’efficienza di un gestore privato, un consorzio, una SpA? E il comportamento del cittadino nel seguire le regole di raccolta differenziata?

Firenze, come da bilancio comunale 2013 – all’epoca, per capirci, in cui Matteo Renzi era sindaco -, spendeva per cittadino 209,88 euro alla voce rifiuti solidi urbani, appena dopo, al 728° posto in classifica, di Arquata Scrivia in Piemonte, che però ha 6300 abitanti. Mentre per l’ammontare pro-capite delle tasse comunali sui rifiuti, il capoluogo toscano era primo nella classifica dei comuni tra i 200 e i 500mila abitanti, con circa 228 euro di tributo. Il comune dell’ex sindaco Renzi, con questo importo, mise a bilancio consuntivo poco meno di 86milioni di euro. Una volta che Renzi è diventato primo ministro, il suo vice, Dario Nardella, subentrato alla tolda di comando, ha incassato meno per la cosiddetta TARSU (rifiuti solidi urbani), come da consuntivo 2014: 71milioni e 500mila euro, per circa 189euro di tassa pro-capite. Anche se, da bilancio preventivo 2014, aveva immaginato un importo più sostanzioso: 239euro per nucleo familiare. E forse faceva bene perché, alla fine della fiera il comune di Firenze ha speso 84milioni, pari a 223 euro pro-capite. In compenso il capoluogo toscano ha fatto meglio sulla raccolta differenziata rispetto alla capitale. I dati ISPRA, che offrono una panoramica completa di tutti gli ottomila comuni d’Italia, indicano che dal 2012 al 2014, il trend della RD a Firenze è cresciuto di 6 punti percentuali, arrivando al 44%. La capitale con i suoi 2milioni e 600mila abitanti residenti e almeno 6mln tra city users e turisti, ha sì aumentato la percentuale di RD dal 2010 al 2014 di quasi 14punti percentuali, ma si è fermata al 35,18%, trattando una mole di RD pro-capite di 210,69kg/anno, rispetto ai 277,42 kg/anno per abitante di Firenze. Il problema analogo di Roma, tuttavia, è che ha registrato nelle entrate a bilancio (2013) circa 172,67 euro come ammontare della TARSU per ogni nucleo familiare, mentre ha dovuto mettere alla voce spese circa 266 euro pro-capite come costo di gestione dei rifiuti solidi urbani. In altre parole ci ha rimesso e il lavoro da fare, quanto a raccolta, è ancora parecchio.

Il comune di Livorno, 160mila abitanti e in decrescita negli ultimi quattro anni, nei propri registri contabili del 2013, come entrate, annotò 129,51 euro di ammontare di tassa comunale sui rifiuti pro-capite ma il tributo sui rifiuti aveva già iniziato la sua crescita esponenziale dall’anno precedente. Anche perché il comune spendeva circa 229euro per nucleo familiare per la raccolta e la gestione dei rifiuti: molto di più di quello che aveva riscosso come tassa. Come ci raccontano i dati ISPRA, per giunta, i livelli di RD non erano migliori di quelli di un grande centro urbano come Roma (e continuano a non esserlo ancora oggi): un 38% e un trend di crescita dal 2012 – l’anno dell’aumento della tassa comunale sui rifiuti – di appena due punti percentuali. E questo aspetto potrebbe essere, come ha sostenuto la stampa locale e nazionale, uno degli indicatori dell’inefficienza che ha portato al dissesto finanziario dell’Aamps, l’azienda municipalizzata che si occupa dei rifiuti. Ma non il più determinante: la municipalizzata livornese era in perdita e a rischio crac già prima del 2012, destinava in outsourcing parte del lavoro dei spazzini (con esborsi importanti per una società che non incassa) e a tutt’oggi, oltre ad aver chiesto ai livornesi di sopportare una città meno pulita e pagare una tassa sui rifiuti più cara, l’azienda potrebbe far sborsare ancora altri soldi per essere ricapitalizzata.

Dal 2012 al 2014, in sostanza, complice l’introduzione di calcolo di un’aliquota sui rifiuti diversa rispetto agli anni precedenti, molti dei comuni più grandi (>200mila abitanti), ma non solo, hanno aumentato le tasse sui rifiuti pur non andando in pari con le spese sostenute; senza contare i comuni dove le spese per i rifiuti hanno superato anche la più temibile delle previsioni. E il problema è che a spese maggiorate non è corrisposto un servizio migliore, in termini quantitativi.

Una mappa del ministero dello sviluppo economico rende l’idea, regione per regione stavolta, della fase di avanzamento di ogni area d’Italia nello smaltimento dell’umido nei rifiuti prodotti, con risultati purtroppo abbastanza scontati.

Follow The Money

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Dove vanno i soldi pubblici per la cultura? Follow the money!

Ancora non è approdata in Gazzetta Ufficiale, ma è a tutti gli effetti una lista definitiva e pubblica, rilasciata da poche ore dalla Corte dei Conti e pubblicata sul sito del ministero dei beni culturali. E’ l’elenco degli istituti culturali e delle fondazioni a cui sono destinate le risorse pubbliche per il triennio 2015-2017, secondo l’articolo 1 della Legge 534 del 1996, che ha disciplinato vent’anni fa il contributo di Stato ai soggetti che si occupano e che promuovono la cultura in Italia. Si tratta di finanziamenti per un totale di 5milioni e e 685mila euro con cui 125 tra istituti e fondazioni, sviluppano le loro attività di ricerca scientifico-letteraria a livello nazionale ed internazionale, promozione culturale; curano e gestiscono archivi e fondi di personaggi di rilievo politico-culturale per la storia del paese, aprono al pubblico il materiale bibliografico, museale, audiovisivo, cinematografico, musicale  ivi conservato. Contributi che sono distribuiti con importi diversi, a seconda del merito delle attività svolte dall’istituto.

Nel triennio precedente, 2012-2014, sono stati erogati 5milioni e 430mila euro di contributi per 105 tra istituti e fondazioni, ma poi nel 2013 è intervenuto – come si vede nel link  nella tabella excel – un taglio del 13%, portando la cifra erogata complessiva a 4milioni e 759mila euro. La maggior parte degli istituti che ricevono i contributi lamentano risorse che negli anni si fanno sempre più scarse, nonostante ci sia stato un aumento di budget per il triennio in corso: 255mila euro. Poca cosa, probabilmente, ma che andrà a sommarsi ad altri 30 milioni per le biblioteche e ad un 1milione e 500mila euro per la sola Accademia della Crusca (che già per il triennio ne incassa 90mila), secondo la legge di Stabilità 2016; e si sommano infine ai finanziamenti regionali, comunali e dei privati (sostenitori mecenati e donatori 5per1000) elargiti ogni anno se pur con importi variabili ai vari istituti.  E poi ci sono altri 38 istituti che beneficeranno per il 2015 di un contributo annuale secondo l’art.8 della stessa legge, per un totale però, molto più contenuto: 427,517mila euro.

Distribuzione geografica delle risorse e concentrazione regione per regione 

I finanziamenti dello Stato alla cultura, con la legge 534/96, sono fortemente relazionati alla maggiore o minore presenza sul territorio degli istituti: più fondazioni coesistono su uno stesso territorio, maggiori saranno le possibilità di attrarre risorse, come si vede dall’infografica. Il sistema di accesso ai fondi prevede, tra gli altri requisiti, che: gli istituti abbiano personalità giuridica, siano onlus o comunque organizzazioni senza scopo di lucro (a tal proposito è di norma segnalata sul sito l’iscrizione come fondazione e il controllo dei relativi bilanci dal Mibact e dall’agenzia delle entrate); che concorrano con il rendiconto delle attività svolte e di quelle in programma per il triennio davanti al giudizio di una commissione di esperti selezionati dal ministero. Il cammino per approvvigionarsi di denari pubblici non sembra quindi facilissimo, eppure la distribuzione delle risorse è per lo più nelle mani di pochi istituti e nel centro-Italia: Lazio e Toscana, soprattutto. Al meridione la distribuzione di risorse è scarsa in termini quantitativi: la maggior parte degli istituti che al sud riceveranno contributi per il triennio 2015-2017 sono quasi tutti campani (Napoli) e incasseranno, principalmente, finanziamenti nell’ordine dei 15-30mila euro (solo un paio di eccezioni con importi più alti); rispetto a fondazioni presenti in città come Roma, Milano, Torino, Firenze che invece raccolgono anche 190mila euro di contributi (per citarne alcune: Fondazione Gramsci di Roma, Museo Galileo di Firenze, Fondazione Einaudi di Torino). Ci sono poi regioni e città, come indica questa seconda infografica con una descrizione della concentrazione delle risorse, dove, anche in presenza di fondazioni iscritte, censite e mappate dall’Associazione delle Istituzioni di Cultura Italiane – che ne conta in totale 107 – non arrivano fondi: forse non ne fanno richiesta o magari non ci sono attività documentate atte a partecipare alla ripartizione dei finanziamenti. L’assenza però certamente testimonia una desertificazione culturale di alcune zone d’Italia.

Fondazioni come cattedrali nel deserto?

In regioni invece dove alta è la presenza di istituzioni culturali e politiche di derivazione di ex partiti politici (Democrazia Cristiana, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista Italiano), c’è un migliore afflusso di risorse. In queste stesse aree coesistono anche mezzi di approvvigionamento diversi: le fondazioni bancarie spesso partecipano al budget di fondazioni su Roma e Milano. Una concentrazione elevata di risorse, dovrebbe, in ogni caso, incidere sul tessuto culturale dell’area limitrofa, attivarne la vivacità culturale, altrimenti si rischia l’effetto cattedrale nel deserto. E in questo senso se ne dovrebbe valutare l’impatto sul territorio circostante: se le istituzioni “più ricche” migliorano il clima culturale, promuovendo iniziative, progetti internazionali e pubblicazioni, grazie ai finanziamenti pubblici ricevuti. Un indicatore, questo dell’impatto sul territorio circostante, che potrebbe essere misurato a partire da alcune informazioni base: presenza di una biblioteca, gli orari di apertura e soprattutto la sua fruizione in termini qualitativi e quantitativi da parte del pubblico del patrimonio, anche attraverso il web e la diffusione delle informazioni. Informazioni non sempre facili da reperire però: la Giunta Centrale per gli studi storici in Roma, a cui fanno capo le società e le deputazioni di storia patria (istituzioni storiche sparse a livello locale ma le cui finalità sono poche conosciute agli stessi storici), riceverà 210mila euro per il triennio; in quello precedente ha ricevuto 280mila euro. Eppure, sebbene la giunta sia composta dal fior fiore degli storici italiani e sia  una “creatura” dimenticata dalle istituzioni, tanto che è in attesa da anni di una riorganizzazione per legge, riceve il contributo pù elevato in tabella. La giunta si occupa della pubblicazione della bibliografia storica nazionale (le opere, italiane e straniere, pubblicate nel nostro paese), promuove eventi scientifici e collabora ai programmi ministeriali ma riporta sul proprio sito-web di un’attività convegnistica vecchia: dal 2014 al centenario della grande guerra 1915-1918; senza aggiungere alcun nuovo appuntamento in programma. La giunta centrale infine non possiede un’organizzazione per cui dover assumere e retribuire il personale.

Un altro caso curioso è l’istituto veneto di scienze, arti e lettere in Venezia: nello statuto depositato sul sito manca la menzione di istituto che svolge attività senza fini di lucro. L’istituto, costituito per legge da Napoleone Bonaparte alla fine del XVIII secolo, è passato dal ricevere 25mila a 90mila euro di finanziamenti, pur avendo sul proprio sito una descrizione delle attività di ricerca e di divulgazione abbastanza sommaria e poco chiara. Vi si svolgono le cosiddette “adunanze”, ovvero assemblee e dibattiti tra scienziati e studiosi di temi umanistici, si consegnano premi, si organizzano convegni e c’è un canale Youtbe su cui dovrebbe essere trasmessa al pubblico, incuriosito, la vita dell’istituto.

La società nazionale Dante Alighieri, invece, è stata esclusa dall’elenco del triennio in corso: in pratica non riceverà più i 25mila euro di finanziamento di cui ha goduto nel triennio precedente. La Dante Alighieri, con sede a Roma, si occupa dal 1889 di tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiana, non solo nel paese, ma nel mondo, con 423 comitati sparsi in sessanta Stati; 8698 corsi di lingua e culture italiane a cui sono iscritti circa 200mila studenti. In Italia sono 130 i corsi e 6000 gli studenti. Inoltre il centro cura la diffusione del “libro italiano” attraverso la presenza di 5000 volumi, di cui è proprietaria e che ha distribuito in 300 biblioteche in giro per il mondo. I comitati in Italia che si occupano anche delle altre attività della Dante Alighieri (certificazioni lingua italiana per stranieri, attività didattica presso le scuole, promozione di conferenze internazionali, organizzazione mostre sulla lingua e la cultura italiana, ecc.) sono poco meno di 100 ma molto attivi: fanno soprattutto un lavoro di advocacy presso giornalisti, scrittori, i professionisti della parola e gli hub della cultura italiana. La DA ha anche deciso di fornire, visibile sulla versione mobile del motore di ricerca Google, un’indicazione qualitativa e quantitativa della fruizione del centro culturale, per ore e per giorni della settimana; premiando anche i propri tesserati con omaggi presso musei e vernissage, creando un circolo virtuoso di cultura che crea cultura.

Insomma, anche nel caso che ricevano poche risorse pubbliche o persino quando non ne ricevono affatto, le fondazioni devono e possono in qualche modo restituire al cittadino quanto ricevuto, o forse anche di più, se hanno come obiettivo quello di non scomparire, prima di tutto, dalla cultura degli italiani.

 

 

 

La manutenzione della vita

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“Molti giornalisti pensano di dire la verità.. Pensano.. Perché conoscono poco le cose che vivono”

“Ma se tu sei giornalista, chi ci dice che non dici bugie pure tu?”

Eh già. Questo è proprio quello che Antonio Pascale – “sedicente giornalista-scrittore– chiamerebbe “sistema 1”: quello che ci fa campare sì, ma rimanere schiavi del nostro pregiudizio. E che Pascale, con la pazienza di una maestrina al primo incarico, tenta di spiegare ad una insolita ma potenziale platea di suoi lettori: i detenuti della Terza casa dell’istituto penitenziario romano di Rebibbia.

L’hanno chiamata settimana degli scrittori in carcere: oltre una settimana, in realtà, di pellegrinaggi per 65 scrittori italiani nelle patrie galere a raccontare un qualcosa, a presentare un libro – magari il proprio – a parlare di letteratura. E in mezzo c’è capitato pure Antonio Pascale, per presentare niente però..: “A me piacerebbe fare con voi, quello che faceva Socrate: far parlare gli altri”. D’altronde, in carcere – se no – uno scrittore che ci va a fare?

E infatti un detenuto: “Sono contento che oggi ci sei tu. Perché quello che è venuto ieri diceva un sacco di cazzate..”

[lo scrittore era Angelo Pellegrino]

E’ un diluvio di parole. Parlano, chiedono di tutto, non indugiano, sparano un pò a zero, soprattutto contro i giornalisti o i sedicenti scrittori. Gli uomini raccolti in una delle salette per le attività trattamentali – lo spazio teatro – hanno voglia di interagire. In particolare, un detenuto di origini croate che ha imparato l’italiano a Rebibbia e un sacco di altre cose: “ma gli scienzati, non dico i giornalisti, almeno gli scienziati: hanno capito qualcosa? 

Roberto, che invece sta provando a fare lo scrittore in carcere, chiede a Pascale dei libri scritti e a quali temi si sta appassionando: “Non scrivo di politica, a volte di camorra. Ma più di tutto mi piacerebbe scrivere di calcio, da un punto di vista diverso, inusuale: lo steward di uno stadio, per esempio.. Ma non interessa a nessuno in Italia, non c’è spazio per questo tipo di racconto”.

“E provaci intanto, no? – lancia dal fondo della sala uno dei ristretti.  Il croato, intanto: “Se riuscissimo a mettere sù una squadra di calcio – Terza casa Rebibbia – vorrei giocare contro i giornalisti..”

Ci vanno giù duro contro la stampa, manco fossero Beppe Grillo. Tra battute, provocazioni, confidenze, i detenuti della “squadra Terza casa” si interrogano, vogliono sapere, in fuga dai dubbi del carcere, in cerca della propria storia, sono a caccia di verità. Perché, come dice Pascale, è sottile la linea che divide una scelta buona da una cattiva, una di quelle che poi ti porta a commettere un reato. “Alcuni degli amici con cui sono cresciuto hanno fatto il salto, quello sbagliato, senza quasi accorgersene”. La vita è un caso (quasi). L’errore è uno sputo. E a poco servirebbe quel sistema1. Ci vuole quello che consuma più energia, che ci costringe a riflettere, a uscire dall’impasse del pregiudizio: il sistema 2.

“E poi ci vuole la cultura. Anzi ci vuole la lotta contro la povertà che si fa con la cultura”.

A Pascale, s’accoda subito l’agguerrita direttrice della Terza Casa, Nunzia Passannante: “Li ho dovuti minacciare per farli partecipare all’incontro di oggi. Eppure la cultura piace anche a loro. Vedi ora come ti stanno a sentire?”

“Antonio, ci credi in questo governo Renzi? ci salverà?” 

“E la sinistra esiste ancora?” 

Antonio Pascale e il sistema 2: “A noi, in Italia, ci piace parlare. Qui ci vogliono i fatti. La sinistra alla povertà non ci pensa più. E no.. Mi sa che la sinistra non esiste più”. 

“Dire la verità, arrivare insieme alla verità, è compiere azione comunista e rivoluzionaria”. Antonio Gramsci, “L’ordine Nuovo”, 21 giugno 1919.

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Ken Loach non ci sta #Rear #TFF #CarloMazzacurati

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ken loachCarlo Mazzacurati dice di aver ritirato il premio anche per lui, al TFF. Ma Ken Loach non ci pensa proprio a tenersi la battuta del regista padovano, che ha portato in anteprima il suo “La sedia della felicità” al festival di Torino. Manco per niente.
La questione della Rear è ancora aperta. Ne avevo scritto su L’Espresso nel febbraio scorso. E Ken Loach, nella replica di oggi che vi riporto qui – grazie all’USB -, spiega il perché.

VERTENZA REAR: KEN LOACH RISPONDE A MAZZACURATI,

“STAI COPRENDO LA DIRIGENZA DELLA COOPERATIVA”

Ken Loach, che in solidarietà con il lavoratori del Museo Nazionale del Cinema, licenziati dalla cooperativa appaltatrice Rear, aveva rifiutato il “Gran Premio Torino” attribuitogli lo scorso anno dal Torino Film Festival, commenta le recenti dichiarazioni del regista Carlo Mazzacurati, che ricevendo il “Gran Premio Torino” in questa edizione del TFF ha affermato: «Sono certo che se Loach avesse saputo che tipo di umanissima rassegna è questa, non avrebbe mai fatto quella sgarberia. La mia impressione è che gli siano stati raccontati male gli avvenimenti e che lui non abbia avuto la possibilità di ascoltare le due campane».

In una nota ricevuta dall’USB, Ken Loach risponde: “Voglio solo fare una domanda a Mazzacurati: i lavoratori che sono stati illegittimamente licenziati dal Museo hanno riavuto i loro posti di lavoro? In caso contrario, lui, Mazzacurati, sta fornendo una copertura alla dirigenza della cooperativa. Persone importanti come il regista Ettore Scola e il sindaco di Torino hanno promesso di intervenire affinché i lavoratori fossero reintegrati. Che cosa è avvenuto, miei cari signori? Mazzacurati sostiene che il festival sarebbe ‘umano’. Io credo che la vera forza e la solidarietà la dimostrino quelle persone coraggiose che si sono battute contro il comportamento duro e rigido della cooperativa e che ne hanno subito le conseguenze. Più potere a loro e all’USB!”.

L’Unione Sindacale di Base, ringraziando Ken Loach per il rinnovato sostegno alla vertenza Rear, sottolinea che, ad un anno di distanza e nonostante le battaglie sostenute, i lavoratori ancora attendono una risposta concreta rispetto a tutte le questioni poste e Federico Altieri, l’ex dipendente Rear che prese l’iniziativa di scrivere a Loach, attende ancora di essere reintegrato nel suo posto di lavoro.

L’USB comunica inoltre che da oggi è in rete in versione integrale il documentario “Dear Mr. Ken Loach”, che racconta la battaglia dei lavoratori della Rear ed il sostegno ricevuto dal regista britannico.

Non è un paese per (soli) #raccomandati

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Voglio continuare a pensare che non passino solo i raccomandati, perché spero di passare anche io un giorno e vorrei che nessuno dicesse di me che lo sono. In ogni caso non so se la mia esperienza si possa assimilare a quella di altri concorsisti ma penso che potrebbe essere altrettanto significativa.

Nel 2012 ho partecipato alle selezioni per il TFA, il tirocinio formativo attivo: si trattava di superare una serie di prove che mi avrebbero permesso di partecipare ad un corso presso l’Università di Pisa alla fine del quale avrei potuto ottenere l’abilitazione all’insegnamento della Lingua Spagnola. C’è stata una prima prova, inviata dal Ministero ed uguale in tutta Italia, che ho superato senza grosse difficoltà. Ma pochi giorni dopo la pubblicazione delle graduatorie sono partiti dei ricorsi (purtroppo appoggiati dai sindacati) fatti sulla base di presunti errori nelle domande: io avevo svolto tutto l’esame e lo avevo terminato con largo anticipo, quindi avevo avuto anche la possibilità di rileggere le domande e le risposte e non mi ero accorta di nessun errore. Desumo quindi che si trattasse di errori di stampa che non inficiavano la comprensione o lo svolgimento della prova. Comunque il ricorso ha portato a che fosse abbonato un gran numero di domande (comprese quelle di comprensione italiana!) ritenute errate o ambigue e già a questo punto ho visto passarmi avanti in graduatoria moltissime persone che non avevano superato una prova che, a mio avviso, era piuttosto “basica” nella conoscenza della cultura e civiltà spagnole.
Alla prima prova ne è seguita una seconda, gestita dalle singole Università (e anche qui ci sarebbe da fare una trattazione su quanto sia ingiusto che per ottenere lo stesso titolo si debbano affrontare prove diverse quando è risaputo che ci sono commissioni compiacenti e dipartimenti più o meno validi a seconda dell’Ateneo!) che, nel mio caso (Università di Pisa) era abbastanza difficile ma non impossibile: sinceramente sono tornata a casa convinta di non averla passata, sia per un’atavica sfiducia nelle mie possibilità sia per la mancanza di tempo per rileggere tutto, data la lunghezza notevole della prova.
E invece circa 45 giorni dopo scopro di averla superata (a questo punto eravamo rimasti una 50ina sui 600/700 della prima prova) e di essere stata ammessa all’orale.
Ho studiato per l’orale, ripassato, ascoltato radio in spagnolo e guardato film spagnoli per le due settimane che ho avuto per prepararmi (e in cui lavoravo a tempo pieno in una scuola come supplente su 5 classi) e sono andata a svolgere l’orale con molta paura.
Ecco, se ero uscita dalle prime due prove convinta di essere bocciata sono uscita dall’orale molto rasserenata: l’esame mi era sembrato facile, avevo risposto a tutto, forse con qualche incertezza, ma certo niente di così grave da bocciare.
La sera stessa ho scoperto invece di essere bocciata con un punteggio di 14/20, quando il minimo richiesto era 15.
Non mi sono mai spiegata cosa fosse successo, non ho mai capito perché sono stata bocciata ma ci sono rimasta così male che non ho avuto la forza di verificare, fare ricorso o parlare coi professori. 
Era la prima volta che bocciavo ad un esame.
Non ho potuto fare a meno di pensare che siano stati ammesse al TFA persone che avevano più titoli o più anzianità di me, e che quel voto non fosse sinceramente specchio del mio rendimento. Ma certo si tratta della mia parola contro quella di una commissione di prof., quindi non posso fare niente che non sia sperare di avere di nuovo la possibilità di abilitarmi e studiare ancora di più.

                     Susanna Battistini

Integrazione o guerra civile

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“Hanno picchiato mio figlio, ci hanno preso a sassate per mesi ed incendiato i container dove abitavamo con le nostre famiglie: l’unica risposta era scatenare un inferno, una guerra civile.
Ma loro sono 800 e noi solo 150: ci avrebbero distrutto”.
Così ha scelto di fuggire insieme alla sua e ad altre famiglie, Sandor Dragan Trajlovic, portavoce di una comunità rom serba, in Italia da trent’anni e per la maggior parte con cittadinanza italiana.
Vivevano nel villaggio attrezzato di Castel Romano, noto come Pontina killer: 1300 residenti di diverse etnie nel campo rom più grande del centro Italia, 25 km a sud di Roma sulla via Pontina.
A seguito delle aggressioni, per le quali sono indagate alcune famiglie bosniache, Dragan ha deciso di lasciare il campo, concepito durante l’emergenza nomadi, ed a cui erano stati assegnati dalla precedente amministrazione Alemanno; e rifugiarsi in un spazio abusivo senza servizi igienici, in via Salviati, periferia est della capitale. Campo, che alle prime luci dell’alba di stamani, è stato sgomberato tra tensioni e proteste

casa-container bruciata a Castel Romano

casa-container bruciata a Castel Romano

Sandor Dragan Trajlovic

Sandor Dragan Trajlovic

, senza informare tuttavia la comunità di Dragan dove verranno alloggiati.
“Noi non torneremo mai nel campo di Castel Romano – avverte Dragan.
Il Comune ha provato, durante l’estate, a dirimere quella che sembrava a prima vista una diatriba etnica, allontanando gli aggressori, famiglie titolari di rilevanti conti correnti e proprietarie di autoparchi, ma il TAR ha respinto giorni fa l’istanza di allontanamento, permettendo almeno fino al prossimo 18 settembre, data definitiva per la decisione, il rientro di 5 delle famiglie sotto accusa.
“Rubavano le targhe delle nostre macchine e ci imponevano di pagarle, se le volevamo indietro.
Il campo di Castel Romano è pieno di droga e di spacciatori: il comune e l’ufficio nomadi questo lo sanno. Tu divideresti la tua casa con chi picchia i tuoi figli?” Sasha, rifugiatosi insieme a Dragan a via Salviati, non usa mezze parole e la sua comunità ne teme le conseguenze, gli intimando di tacere. Di droga è bene non parlare, si rischia di attirare ancor di più l’attenzione, infastidire le bande di Castel Romano. Ma è ormai inutile. Sgomberati dal campo, senza la certezza di una destinazione e senza aver ricevuto una parola da parte delle istituzioni, rimane la voglia di denunciare, di farsi giustizia.
Il rischio di scatenare una guerra civile in queste ore è concreto, anche negli altri campi, come quello di via di Salone: dove il problema non è la diversità etnica tra bosniaci musulmani, serbi ortodossi, albanesi e montenegrini cristiani. Ma la spinta, la necessità all’integrazione di alcuni, in contrasto con la volontà di delinquere di altri, in uno spazio lontano anni luce dai più elementari diritti alla cittadinanza.
Molte delle altre famiglie del Pontina killer cercano di assecondare le prepotenze del clan dominante pur di non venire allo scontro: li coprono, li giustificano, e soprattutto non denunciano.
Non riescono a proteggere i loro figli dalle percosse di adolescenti prepotenti che ripercorrono le orme dei padri e cementificano nell’odio l’impotenza.
Per questo Dragan e la sua comunità, temendo ripercussioni anche fuori da Castel Romano, avevano deciso di rivolgersi ad Ignazio Marino con una lettera e far girare in rete un video-appello, a fine agosto: “siamo disposti ad assumerci delle responsabilità, ad integrarci, ma mai più campi”.
Il sindaco non ha mai risposto, anche se dal Comune dicono che ci stanno lavorando. Come?
“Il problema – sostiene Carlo Stasolla, presidente dell’associazione 21 Luglio – è che il comune capitolino non sa superare il concetto di campo nomadi anche se tutte le direttive europee lo impongono. A Roma vivono poco più di 1300 rom a fronte di circa 7000 sul territorio italiano ed è l’unica città che ancora non ha saputo farvi fronte”.
Alcune settimane fa l’associazione 21 Luglio ha raccolto l’invito dell’assessorato alle politiche sociali del Comune a mediare con la comunità di Dragan, fin quando, il pur volenteroso assessore Rita Cutini, ha fatto cadere nel vuoto le proposte dell’associazione: “sembrava potesse funzionare ma poi il nulla – denuncia Stasolla.
“Neanche Alemanno riusciva ad eludere così bene: rispondeva anche se solo con gli sgomberi.
Non si tratta di far occupare aree abusivamente e creare campi illegali, anzi. Ai rom va spiegato che all’interno dei campi ogni individuo costa alla collettività, fuori dal GRA, 250 euro al mese; dentro il GRA oltre 400. Negli ultimi tre anni l’ex giunta ha speso oltre 60 milioni di euro per tenere in piedi 8 campi nomadi, permettendo ad alcune società che si occupano della gestione, per conto del comune, di Castel Romano e via della Cesarina, estorsioni a danno dei residenti dei campi, per le quali è stata presentata una denuncia in Procura”.
Per ottenere risposte concrete da parte del Campidoglio, l’associazione 21 Luglio insieme all’ARCI Solidarietà ONLUS, hanno presentato il 9 settembre alcune linee guida su cui potrebbe basarsi la nuova fase della chiusura dei campi per rom e sinti: soppressione in 18 mesi dei due campi maggiromente a rischio, via della Cesarina e Castel Romano, al costo di circa 4 milioni l’anno anziché 20 come precedentemente gestito dall’ex amministrazione; l’istituzione di una soglia di reddito ISEE per rimanere nei campi fino a chiusura definitiva; alloggi a canone agevolato o con bonus analoghi a quelli promessi da Marino per chiudere il residence Bastogi (700 euro a famiglia).
Il documento prende spunto dalla Strategia nazionale di inclusione dei rom, sinti e camminanti, adottata dal governo Monti nel 2012 e che individuava nella logica del campo quale concentrato di discriminazione e degrado, la soglia oltre la quale spingersi per evitare fenomeni come gli scontri e la lotta tra bande, in corso in queste ore. La Strategia, tuttavia, è rimasta lettera morta.
“Abbiamo la cittadinanza italiana e siamo musicisti ed artigiani: ancora non basta per avere una vita autonoma fuori dai campi, occorre un lavoro diverso ed un contratto – ammette Dragan – ma iniziamo con l’essere trattati come cittadini.”
campo di via Salviati

campo di via Salviati

Sasha

Sasha

ingresso del campo di via salviati

ingresso del campo di via salviati

P1420206

#discorsiallanazione

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Ecco, questa in tutta la sua lunghezza è la mia lettera di dimissioni. 

La stampo, la firmo, la lascio sulla scrivania. Ci sarà pur una scrivania, no?

Ve la consegno senza condizioni e me li lascio tutti dietro, gli sciacalli. 

Chi mi voleva in un modo, chi in un altro, ma in fondo nessuno mi ha voluto. No, forse qualcuno, sì, a parte i miei padri, le mie madri… E Forse quelli che ancora non si rendono conto. Si, coloro che sono ancora nelle pance delle mamme o che sono appena nati: ecco, secondo me, loro mi vogliono. Mi vorrebbero, mi vorranno, quando si accorgeranno. Quando capiranno di essere cittadini, pur se ancora in grembo, ed allora realizzeranno di poter volere, di potersi imporre, di non stare dietro i loro padri. No, di star loro davanti. Di poter decidere e di poter camminare. Che, se poi qualcuno di questi padri ha superato la sessantina, è meglio essere pronti a portarseli sulle spalle, come Enea con Anchise.

Ecco sì, loro – tutti questi Enea – mi avrebbero voluto. Ma io mi dimetto oggi, non c’è più tempo.

Spengo il telefono, scendo dalla scala di ferro sul retro e prima di uscire mi allungo dentro, passo sotto i tiri e arrivo sul palcoscenico, da dietro. MI fermo su un segno bianco, guardo la polvere delle quinte volteggiare illuminata dal 3, e poi me ne vado. 

Non crediate. E’stato bello credere di riempirvi l’anima, lo spirito, il cuore ed il pensiero. Ma era tutta vita da palcoscenico. 

Mentre mi avvio, cercando già il mio nome in ogni angolo, mi sento mancare il fiato. Penso che in fondo questo non può accadere. Non può succedere che ad andarmene sia io. Io che vi ho dato un senso, un nome. Che vi ho caratterizzato e cresciuto. Io, che qualcuno ha detto “ho contribuito a rendervi antropologicamente pigri, indolenti ma scaltri. Creativi ed inventori” ma grandi figli di.. Lasciando stare i santi e i navigatori..

Mi manca il respiro. Tra qualche istante non sarò più niente e Voi, che ancora non sapete e fate finta di non arrivarci, sarete ancora meno di niente. Sarete senza guida e senza luce, senza l’oggetto della vostra preghiera – se mai ve n’è stata più d’una a me dedicata. Ma forse siete già privi di tutto, fatti di niente. Dimentichi della propria storia, come senza genitori. Anche se orfana, più di tutti, mi ci sento io. 

Ma ho deciso, tolgo il disturbo. Anzi, sapete che faccio? mi libero di ogni cosa. Prendo pure il cellulare, tolgo la batteria e la frullo via. Prendo la sim e la sgranocchio. Mi rimane lo scheletro. A lui degna sepoltura: il cassonetto. Ecco, ora non potrete neanche più cercarmi. Io non vi cercherò di sicuro. Mi innervosiscono gli indulgenti. E voi avreste dovuto apprezzarlo. Invece avete fatto di tutto, meschini, per transigere, indulgere, perdonare laddove non c’era perdono ma connivenza e complicità. Avete aperto le braccia, fingendo l’intesa più ampia che potevate – e per tanti anni. Fingendo la tolleranza e la comprensione. Ma era finzione. E non serviva. Serviva agire, non recitare. collocarsi su quel segno bianco, guardare la polvere volteggiare illuminata dalla 3 e “sudare” la parte migliore di voi, di noi, di questo tutt’uno che credevo fossimo. 

Me ne vado, basta. Cercatevi qualcuno che vi protegga, raccomandatevi a qualche mafioso, bussate ai grandi e saggi vicini, prostratevi al miglior offerente. Io mi dimetto dall’insegnarvi la dignità. Quella la tengo per me.

Addio,

Vostra Italia, fu la Nazione.

 

Get Together Girls

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“Siete donne e anche se in un contesto difficile, dovete, dobbiamo dimostrare di essere capaci!” Era il febbraio del 2010, a 20 chilometri dalla più grande metropoli sub-sahariana, Nairobi, in Kenya. Grazia Grace Orsolato si rivolge alle “sue” ex ragazze di strada, ospiti della Casa di Anita: Monicah, Esther, Teresia, Hellen, Mary, Irene. 

Grazia lavorava come responsabile dell’amministrazione in Pirelli, a Milano. “Ero in un ufficio tutto al femminile, un ambiente positivo, eppure non potevo più rimanere. Volevo riuscire a portare quello che avevo imparato fuori dalla città. Era l’inizio del 2010 e la crisi si faceva sentire. Ho visto un’opportunità e non ho voluto perdere il treno.”

Ha mollato la sua Milano, si è messa in tasca 10mila euro di risparmi ed è partita per il Kenya con un progetto: insegnare un lavoro alle ex ragazze di strada di cui il paese è pieno. Bambine sfuggite agli abusi delle proprie famiglie o senza i genitori, ragazze madri costrette a vivere sui marciapiedi degli slum alla periferia di Nairobi: donne troppo in fretta, trascinate dalla fame e dal bisogno come cani randagi, a cercare di entrare in qualche banda di strada che permetta loro di sopravvivere.

“Quello che a queste ragazze mancava – afferma Grazia – era sentire di potercela fare da sole”

Così Grazia si è portata il suo carico di stoffe, ago e filo in Kenya e ha deciso, pur non avendone esperienza, di insegnare a Monicah, Esther, Teresia, Hellen, Mary, Irene a cucire, tagliare, confezionare abiti. Un laboratorio messo su anche grazie alla comunità e alla casa di Anita – che aveva accolto fino ad allora le ragazze – qualche macchina da cucire come investimento, e un’amica stilista a fare direttore responsabile e a trasmettere il know-how, Roberta Vincenzi.   

“Ed abbiamo insegnato loro un mestiere, dando vita al progetto “Get together Girls”

Con il passare dei mesi ed i primi progressi, il progetto GTOG è stato riconosciuto dal governo keniano e considerato una community based organization.

Il lavoro delle ragazze ha permesso di aprire un piccolo negozio all’interno di un piccolo Hotel a Nairobi, destinato ad una clientela non locale, e di inserirsi nel più difficile mercato keniano. Roberta Vincenzi ospita buona parte delle creazioni delle ragazze all’interno della sua attività commerciale a Milano e tramite le vendite anche via corriere in tutta Italia, Grazia e Roberta garantiscono 4 dollari al giorno a tutte le ragazze. Uno stipendio apprezzabile per una ragazza keniana. 

La richiesta di nuove produzioni è aumentata negli ultimi tempi e soprattutto dagli Usa, da quando Vanessa Crocini, giovane film maker, ha deciso di raccontare il progetto di Grazia e il lavoro delle ragazze con il documentario omonimo Get Together Girls , grazie anche al contributo di Vasco Rossi, executive producer.

Il doc in queste ore viene proiettato per il Women+Film Voices Festival al SIE FILM Center di Denver, Colorado, e continuerà a girare gli Stati Uniti, essendo già vincitore di ben tre premi al Women’s Indipendent Film Festival di Hollywood.

Il prossimo 16 marzo sarà in anteprima italiana a “Fa’ la cosa giusta”, la fiera nazionale del consumo critico e degli stili di vita sostenibili, a Milano, e a parlarne ci sarà proprio Grazia Orsolato.

“Il mio obiettivo non è ancora raggiunto. Alcune ragazze hanno conquistato un’indipendenza, riescono a vivere in una casa in compagnia di altre amiche, qualcuna vive con il proprio compagno. Ma quello che voglio trasmettere loro, attraverso una completa autosufficienza anche economica, è la capacità di potercela fare. Sempre”.Image      

 

 

 

Tra risarcimenti negati e diritti dimenticati: Riparte oggi il processo d’appello sul caso Eternit

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Dall’Espresso

“Sarà mai possibile in Italia, tutelare le vittime di una strage?”
Con il quesito di Bruno Pesce, coordinatore della Afeva, l’Associazione familiari e vittime dell’amianto, si apre oggi a Torino il processo d’appello contro il barone belga Louis De Cartier ed il miliardario svizzero Stephan Schmidheiny, ex vertici della multinazionale dell’amianto Eternit, che solo in Italia ha provocato la morte di 2190 persone per mesotelioma e malattie asbesto-correlate e ha segnato per sempre il destino di almeno 2800, tra vittime ed eredi.

Era stata definita una sentenza storica ed esemplare quella che il 13 febbraio dello scorso anno aveva disposto, oltre alla pena più severa mai comminata in materia di sicurezza del lavoro,16 anni per i due imputati ex magnati dell’Eternit, anche un maxi risarcimento nei confronti delle parti lese. 92 milioni di euro previsti dalla corte penale, di cui una parte (le provvisionali) immediatamente esecutiva e così ripartite: 24 milioni nei confronti delle vittime della strage dell’amianto-killer o degli eredi, 25 milioni di euro solo per il comune di Casale Monferrato (20 alla Regione e 5 alla AsL); 4 milioni per quello di Cavagnolo (gli unici due stabilimenti Eternit per cui si applica il dispositivo della sentenza); 30mila euro per ogni congiunto di ciascuna vittima, 35mila euro per ogni ammalato, 15 milioni per l’Inail, 70mila euro per l’associazione Medicina Democratica e il WWF, 100mila euro per l’Associazione nazionale esposti amianto e 100mila euro per ogni sigla sindacale parte civile nel processo.

Il carcere per gli imputati è stato subito escluso e del diritto al risarcimento, ad un anno dalla sentenza più dura che la storia della sicurezza sul lavoro ricordi, al pari di quella della ThyssenKrupp, neanche l’ombra.
“Una normativa europea prevede il patrocinio dello Stato a quei cittadini che devono riscuotere crediti all’estero riconosciuti da una sentenza – spiega Pesce. Ma in Italia, pare non si applichi e il Fondo vittime amianto non può soddisfare il risarcimento”.
Per poter assicurare le provvisionali, infatti, è richiesto un esborso di almeno 150 mila euro per la traduzione delle sentenze nella lingua dei paesi di appartenenza degli imputati, l’incarico ad un pool legale che se ne occupi, l’individuazione dei beni da aggredire tramite agenzie specifiche. “Come faccio a chiedere al parente di una vittima dell’Eternit , unica fonte di reddito, migliaia di euro per contribuire alla riscossione del risarcimento a cui ha diritto – si chiede l’avvocato Petrini, del pool legale dell’AFEVA.
Qualche settimana fa l’associazione ed il sindaco di Casale, Demezzi, si sono rivolti ai ministri Fornero e Severino per sollecitare una decisione ed un tavolo di coordinamento tra le parti civili. Il timore che le elezioni imminenti rischiano di far posticipare l’esecutività della sentenza, è forte. E se il tavolo non è stato ancora definito, la disponibilità almeno è stata manifesta: “l’INAIL sta facendo da apripista per l’esecuzione delle provvisionali, avviando la traduzione delle sentenze – spiega l’avvocato generale dell’istituto La Peccerella. Ma non è detto che basti. “Si rischia di non riuscire ad individuare i beni aggredibili o che gli imputati riescano a renderli non visibili, prima della sentenza di II o III grado – aggiunge Petrini.
E c’è da aggiungere che la difesa è ricorsa in appello chiedendo la sospensione delle stesse provvisionali.

Intanto la regione Piemonte ha approvato, anche se in ritardo, il piano per le bonifiche. Ma dei 20 milioni per il solo comune di Casale, solo 2 milioni sono giunti a destinazione. “Un anno fa, rifiutai i 18 milioni di euro offerti dall’imputato svizzero Schmidheiny in cambio del ritiro come parte civile nel processo, anche perché il ministro Balduzzi promise di recuperarli – ricorda Demezzi.
Ma a tutt’oggi, sebbene dal ministero facciano sapere che i milioni sono bloccati in regione e non per responsabilità del governo, Casale Monferrato è ancora in attesa. E dei tentativi di individuare i beni dello svizzero Schmidheiny – unico imputato in relazione al comune monferrino – tramite la Guardia di Finanza, non si è avuta ancora notizia. “Il paradosso però – aggiunge ancora Demezzi – è che se avessimo potuto incamerare quei 18 milioni di euro, oggi saremmo fuori dal patto di stabilità. Se oggi arrivassero le risorse promesse dal governo, per non sforare, non dovremmo utilizzarle.

Il problema, infatti, non si limita all’esecuzione della sentenza. Il comune di Cavagnolo nel 2011, all’epoca amministrato da Franco Sampò, decise di accettare i due milioni offerti da Schmidheiny, rinunciando così a qualsivoglia imputazione nei confronti del magnate svizzero. Sampò però fu arrestato e si dimise, portando il comune al commissariamento e bloccando in tesoreria i milioni frutto di una trattativa tanto discussa. Mario Corsato, sindaco dalla primavera scorsa, ora non può metter mano a risorse che, pur sbloccate, farebbero uscire il comune dal patto. Ed ogni settimana che passa, rischia di far scadere i risarcimenti e i fondi assegnati, sia per Casale che per Cavagnolo. “Balduzzi mi ha fatto intendere che solo un abbassamento dello spread, permetterebbe di modificare il patto di stabilità. Possibile che bisogna aspettare che torni a governare la politica per bonificare una città e prendere delle decisioni di salute pubblica – si chiede provocatoriamente Corsato.
Nel frattempo, alle 80 domande di rimozione dell’amianto pervenute dai cittadini, il sindaco di Cavagnolo ha deciso che risponderà anche senza i fondi a disposizione: “nonostante Monti, Berlusconi, Bersani e Grillo, io quell’amianto lo rimuovo. Non voglio più vittime!” Anche perché un dato deve essere chiaro: tra il 2010 ed il 2020, l’anno del picco, lo stesso ministero della salute prevede 800-1000 decessi l’anno per amianto. I fondi per la ricerca e le bonifiche delle aree contaminate, oltre 30 mila in Italia secondo il ministero dell’ambiente, devono essere fruibili.

Solo il piano nazionale amianto a questo punto, invocato da anni e alla luce soprattutto della conferenza sull’amianto di Venezia dello scorso novembre, potrebbe dirimere la questione. Atteso ed annunciato per gennaio, dallo stesso Balduzzi, il piano potrebbe vedere la luce in queste ore, anche se si vorrebbe presentarlo a Casale solo ad elezioni concluse. Ma l’iter si preannuncia lungo. Due le strade: la conferenza stato-regioni per la sua approvazione – la più lunga e tortuosa – l’ultima in programma il 21 febbraio, anche se il piano non è all’ordine del giorno; o un intervento a gamba tesa del governo, quello che vorrebbe Balduzzi. Forse più rapido.
Ma Ce la faranno a fermare la strage e a tutelare le vittime stavolta?

Digressione

Il paradosso nel paradosso. Il CEM di Roma, centro di educazione motoria che da oltre 50 anni si occupa di pazienti celebrolesi e che fa’ capo alla Croce Rossa Italiana, ha i giorni contati. O meglio: sta per essere preso in carico dalla regione Lazio, perché il livello di assistenza offerto ai suoi ospiti residenti non auto-sufficienti, giudicato troppo alto dalla regione, non gli permette di continuare a vivere. Un accordo sul suo salvataggio sarà sottoscritto entro fine anno: la Pisana dovrebbe dare una risposta definitiva in queste ore, in virtù dell’intesa sul personale del CEM.
Insomma, mentre nel Lazio si tagliano migliaia di posti letto e reparti importanti come quello di cardiochirurgia del San Filippo Neri, a causa di un buco da 780 milioni di euro (secondo il Tesoro, mentre sarebbero 600 milioni secondo Renata Polverini) e le ASL di tutto il paese rischiano di non poter coprire il fondo per la disabilità, un centro di eccellenza da anni in perdita sta per essere salvato dalla sanità regionale. Ma davvero?

Quelle quattro fatture da 19 milioni di euro

Del CEM, in accreditamento con la sanità laziale per 2milioni e mezzo di euro, quest’anno non si è presentato il bilancio all’interno del più ampio resoconto economico della CRI, già in disavanzo di oltre 60 milioni, tra comitato centrale e provinciali.
“Sono anni che la regione non paga le fatture al CEM e alla Croce Rossa (per un totale di 19 milioni di euro), comprese quelle del servizio Ares 118, una convenzione rinnovata nella primavera scorsa, un servizio che ora potrebbe saltare. Questa volta ho dovuto dire basta: o si comprende che l’accreditamento da 2milioni e mezzo di euro funziona solo per gli istituti di riabilitazione, secondo l’ex articolo 26 con cui erroneamente è stato accreditato il CEM – centro di riabilitazione che noi non siamo – o il commissario per la sanità laziale Enrico Bondi si prende l’onere di salvare i nostri ragazzi, altrimenti il CEM chiude.”
Così il trentenne Flavio Ronzi, commissario del comitato provinciale di Roma che dirige il centro da due anni (ora a fine mandato ma si ricandida come Presidente), un rottamatore della prima ora. Tuttavia dalla dirigenza generale della ASL Roma D, che sta trattando la questione per conto della regione perché su territorio di sua competenza, arrivano parole discordanti.
“Il problema non sono quelle quattro fatture non pagate dalla Pisana – spiega il direttore amministrativo Alessandro Cipolla, facenti funzioni di direttore generale dell’ASL RM D. “Per anni il CEM ha accumulato debiti che la CRI spalmava sul suo deficit e recuperava con altre convenzioni, ma che ora non potrà più fare – afferma Cipolla; perché con il decreto di riordino della Croce Rossa – che scatterà dal 31 dicembre – verrà trasformata da ente pubblico ad un’associazione privata volontaristica e dovrà mettere mano al suo patrimonio per far fronte al disavanzo.

Tra sprechi e piani regionali mai visti

“Inoltre – ed è questo il dato più preoccupante – prima ancora del buco accertato, l’ex Presidente Polverini aveva deciso per decreto di cambiare le tariffe in convenzione per adeguarle ad un rapporto di 1 a 1: ovvero un paziente, un operatore. Non come al CEM che il rapporto è di 1 a 2 – spiega ancora il direttore della ASL.
79 tra operatori e medici, il 90% precari da 10 anni, a sollevare di peso, lavare, cambiare, accudire, sostenere ed accompagnare nella loro vita i 53 disabili non-autosufficienti residenti al CEM. “E poi, il piano sanitario regionale – che forse avrebbe potuto far luce su questo aspetto – chi l’ha visto mai??” si domanda retoricamente il direttore Cipolla.
Il commissario del CEM, dal canto suo, ammette gli sprechi che ci sono stati: quasi un’onta a fronte dei suoi ospiti-pazienti. “Gare d’appalto manipolate, servizi a prezzi troppo alti, qualche parentopoli di troppo. “Ma ho ridotto tutto all’osso – incalza Ronzi. Una bella stretta, qualche arresto ed una bella lavata di capo non sono bastate però: “sotto i 4 milioni e mezzo non può scendere il costo del CEM; a meno che non si sacrifichi l’assistenza – aggiunge il commissario rottamatore. E questo le famiglie dei pazienti, preoccupatissime ed in protesta permanente, lo sanno bene: hanno già visto chiudere un reparto, se pur ufficialmente per altri motivi. Intanto l’accordo che sta per essere raggiunto prevedrà, secondo un verbale già firmato ed il piano industriale della ASL, che la regione riuscirà a rientrare nei fatidici 2milioni e mezzo di euro per gestire il centro – proprio quelli che il CEM non si faceva bastare – e che rientrerà finalmente nelle tariffe standard della convenzione previste dalla normativa regionale della Polverini.
Ma come? “Basta tener presente che la regione Lazio non ha previsto 1 programma di tariffe per disabili gravi, considerando così il CEM un centro di mantenimento della riabilitazione – illustra ancora il direttore Cipolla – non un luogo di intervento e di cura.”
Secondo quell’ex articolo 26 contro il quale si è battuta invano la direzione del CEM.

Il personale usa e getta

Inoltre, pur volendo garantire una certa continuità per i pazienti con gli operatori attuali del CEM fino all’entrata in vigore del decreto di riordino della CRI (31 dicembre prossimo), “è ovvio che verranno utilizzati i medici della regione – continua il direttore generale della ASL – e non più gli operatori del CEM-CRI per i quali scatterà la mobilità.”
Ma saranno salvati pure loro? Forse sì, se ce la fanno con le loro forze, però. Quasi il 90% della forza lavoro interna al CEM è precaria e da oltre 10 anni: diverse e già avviate le cause di stabilizzazione. Se i precari vincono – contro lo Stato, beninteso,
che dovrà sborsare i denari – possono aspirare alla mobilità pure loro come i tempi indeterminati CEM, per ritrovarsi dipendenti, ma
pur sempre a spasso. “D’altronde – chiosa Cipolla – la regione è in esubero, non potrà mai permettersi di assorbire alcun precario e forse neppure un tempo indeterminato. Al massimo per qualche mese, per garantire la continuità assistenziale, ma i lavoratori dovranno accettare un salario molto più basso.” Il combattivo Ronzi, dal canto suo, smentisce Cipolla sostenendo che il decreto sul riordino della Croce Rossa, di cui i medici del CEM fanno parte, prevede il riassorbimento di buona parte della forza lavoro all’interno delle ASL. Chi avrà ragione?

Un salvataggio in piena regola

Infine, qualora l’accordo tra CEM e regione non fosse possibile al “massimo risparmio”, tenuto anche conto che la ASL subentrerà con un comodato d’uso gratuito per gli immobili dove ha sede il CEM, “una quota parte delle tariffe del centro saranno a carico del Comune di Roma – spiega ancora Cipolla. “E se il Comune non ce la fa’, a carico dei familiari dei pazienti.” A rischio e pericolo del servizio. In altre parole, un salvataggio in piena regola.
Ma perché arrivare a tanto, a far disperare le famiglie che neanche un mese fa chiedevano conto a Bondi, bloccando la Cristoforo Colombo, se i loro figli dovevano lasciare il centro per una destinazione ignota, dopo anni di sprechi noti, e di cui probabilmente anche la regione sapeva? Forse inutile chiederlo a chi come Cipolla è stato nominato direttore facente funzioni solo a novembre. Eppure una risposta c’è: “non era compito della regione sapere come la CRI ed il CEM gestivano i soldi – ammette Cipolla. Anche quando sono soldi pubblici?
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Come la sanità regionale più indebitata d’Italia salverà il CEM di Roma